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Perché scrivere?

Giovanni Prattichizzo
Scritto da:
Giovanni Prattichizzo
Pubblicato il 19/07/2017

Una necessità, un piacere o “un modo di vivere”

scrivere

Da quando esiste l’uomo ed è emersa, come sua estensione naturale, la scrittura. Numerosi autori, scrittori e appassionati di letteratura si sono divertiti, cimentati ed appassionati ad individuare e rintracciare le ragioni ed i motivi che conducono ed accompagnano “il mestiere di scrivere”
In questo articolo abbiamo scelto alcune definizioni immergendoci nei particolari e nelle diversità dei “perché scrivere” e provando, al tempo stesso, a trovare sentieri comuni e coinvolgenti boschi narrativi. 
Ognuno ha regalato la sua risposta. Brevissima, come Umberto Eco, che icastico ha detto: "Perché mi piace”.
Tra le varie motivazioni di Andrea Camilleri ne emergono due che racchiudono le due funzioni principali della scrittura: il ricordo e il racconto a se stessi e agli altri. “Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato”. “Scrivo perché mi piace raccontarmi storie”. “Scrivo perché mi piace raccontare storie”. 
L’altra importante azione che svolge la scrittura è quella di mettere in ordine, come dice Nathan Englander: “Scrivo per fare un po' d'ordine nel caos”. Ci sono autori che scrivono dopo aver sperimentato i piaceri immensi e gli entusiasmi della lettura e, quindi, la scrittura ha rappresentato e rappresenta il completamento inevitabile del leggere. 
Ogni vero scrittore è sempre stato prima un grande lettore. 
Tra le quattro motivazioni indicate da Orwell, molto interessante è quella che definisce come “fini politici”. Desiderare di spingere il mondo verso una certa strada, alterare l’idea delle persone a proposito del tipo di società per cui dovrebbero combattere. Non esiste libro non politico. E poi, Orwell conclude con questa affermazione: “Scrivere non è un affare serio. È una gioia e una celebrazione. Dovresti divertirti a farlo”. 
Ma la scrittura è anche lavoro; un particolare tipo di lavoro. Come dichiarò Italo Calvino: “Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre, ero un poco…, per usare una fase famosa [di Sartre], l’idiota della famiglia… In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare”. Perché la scrittura è elevatezza; o, meglio ancora, epifania. 
Pare che Carver avesse trovato il senso del suo «mestiere» di scrittore in una frase di Anton Čhecov, come se questi avesse lasciato un suggerimento apposta per lui: «Amico mio, non devi mica scrivere di persone straordinarie che compiono imprese straordinarie e memorabili». La letteratura può esprimere i contrasti e le fragilità della gente comune che vive il bene e il male nella fitta trama del quotidiano.
Scrivere libri, secondo Baricco, "è scegliere tra quanto di più raro c'è nell'universo e di più caro c'è nel nostro animo". 
In ultimo, almeno per questa prima puntata, possiamo affermare che tutte le risposte sono valide, ma dovrebbero essere risposte interrogative. Samuel Beckett rispose alla domanda: “Non mi rimane altro”. Come sosteneva Baudelaire: la vita è un ospedale dove ogni malato vuole cambiare letto. Uno crede che potrebbe guarire più in fretta se si trovasse accanto alla finestra e un altro pensa che starebbe meglio vicino al riscaldamento. 
O, semplicemente, si scrive per farsi leggere. 

 
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