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Gli scrittori sempre più poveri e la SIAE sta morendo

Pubblicato il 27/07/2017

Di Natale Antonio Rossi

SIAE

       Lo scrittore italiano non riesce a vivere del proprio lavoro: la ha evidenziato l’indagine che la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), nella sua qualità di organizzazione maggiormente rappresentativa degli scrittori italiani,  ha realizzato, per la prima volta avvalendosi di rilevazioni statistiche e dichiarazioni degli autori. Soltanto il 3,5% consegue proventi, diretti o indiretti, con il mestiere di scrittore tali da permettergli di sostentarsi. La ricerca, diretta da Giovanni Prattichizzo, ha evidenziato come il 96,5% non guadagna a sufficienza per mantenersi. Ciò a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei dove una più alta percentuale di scrittori, anche di medio rilievo, vive del proprio lavoro. 
Il lavoro dello scrittore è un lavoro di elevato impegno professionale, ma chi lo pratica è costretto a farne un altro proficuo: docente, giornalista, avvocato, magistrato, medico, e, per i più giovani, cameriere, operaio, salariato ecc. I cosiddetti proventi per diritto d’autore, che gli ideatori della legge sulla proprietà intellettuale e poi il legislatore, pensarono potessero essere sostegno di vita degli autori, per gli scrittori sono inesistenti. Le procedure attivate  dal 1941 (anno della legge del diritto d’autore ad oggi)  hanno annullato pressoché le modalità di acquisizione dei proventi per gli scrittori. 
       Come ciò sia avvenuto, non è semplice a dirsi. Oltre alle ragioni che possono essere attribuite alla disattenzione del Parlamento, dei Ministeri di competenza, c’è la responsabilità delle organizzazioni di categoria, tra cui l’inerzia del Sindacato Nazionale Scrittori – CGIL oggi estinto.
Non secondaria l’interpretazione che negli anni è stata data alla legge sul diritto d’autore (la n. 633 del 1941): sono andate sempre più a limitazione le intermediazioni di diritti e quindi le possibilità economiche destinate agli scrittori, mentre  l’attività della SIAE, che ha orientato la propria attenzione - quasi esclusivamente - verso gli autori musicali, ha messo in atto un processo di distacco dagli interessi degli scrittori che ha concorso al depauperamento della categoria. 
Lo testimoniano le sorti della reprografia, del contrassegno, della copia privata, del diritto di seguito (per gli autori delle arti visive), della tutela sui contratti editoriali  (per il diritto di prestito bibliotecario la SIAE ha un ruolo succedaneo a quello della Direzione Generale delle Biblioteche del MiBACT)  da cui la FUIS è esclusa pur ritenuta dai Ministeri del Lavoro e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali l’organizzazione maggiorente rappresentativa degli scrittori. A chi allora vengono conferiti quei pochi diritti che spettano agli scrittori? E’ l’AGCOM che lo dovrà dire?
       Stante il  regime di monopolio a cui la legge affidava le risorse economiche degli autori letterari, l’importanza delle SIAE è esiziale quale istituto su cui gli scrittori potevano e possono contare per vivere la loro professione con dignità. Anche per allentare la pressione che l’editore poteva e può esercitare, al momento del contratto editoriale, sullo scrittore ritenuto fin dalla legge “soggetto debole” della contrattazione.
Non è andata bene. Oggi, la trasformazione della SIAE è legata sia alla applicazione della Direttiva Europea 26 del 2014 per cui si richiede la liberalizzazione della proprietà intellettuale, sia alla necessità di provvedere ad aggiornare le modalità di funzionamento dell’ente esclusivo di intermediazione dei proventi per diritto d’autore. E in particolare di quelli degli autori non musicali. Perciò la FUIS preme perché sia meglio valutato il punto di vista e gli interessi degli scrittori e degli autori delle arti visive (è necessario proporre una diversa tutela?). Oggi l’interpretazione  delle modalità di applicazione nazionale della D.E 26/2014 non sempre sono convincenti e potrebbero essere considerate come l’avvio di una diminuzione delle possibilità di funzionamento della SIAE stessa. 
Comunque sia, e considerando tempi più recenti, il processo di dismissione del ruolo di ente pubblico della SIAE è cominciato con l’approvazione delle legge n. 2 del 2008 in cui la SIAE è divenuto “ente pubblico economico a base associativa” acquisendo proprietà giuridiche proprie del diritto privato, rinunciando al controllo della Corte dei Conti a cui era soggetta quale ente esclusivo (o ente monopolista) per il diritto d’autore. 
Con una fama sfavorevole, riconosciuta con una nomea di ente esattore, la SIAE ha sempre fondato la qualità giuridica della propria attività sull’esercizio del  monopolio. Ciò anche dopo che l’Italia era divenuta  Repubblica, con una Carta Costituzionale che la qualificava come Paese democratico. 
       Quanto accaduto successivamente alla L. 2/2008 può essere ritenuto per gli scrittori in scalata di minorità.  A cominciare da un mutamento decisivo verso lo smantellamento della funzione pubblica (forse senza che gli stessi fautori ed organi se ne accorgessero) qual è stata l’approvazione (gennaio 2013) di uno Statuto basato su un impianto antidemocratico e censuario che, pur giustificati, l’uno e l’altro, con tante apparenti buone ragioni, in definitiva ha distinto gli autori italiani in ricchi, meno ricchi, poveri ed esclusi. Ne è seguito un Regolamento Elettorale  fondato sul censo che attribuisce ad ogni iscritto un voto ad ogni autore, più un voto per ogni euro percepito nell’esercizio precedente. Esercitato il voto secondo censo (2013) (dove qualche autore ha espresso un milione di voti ed tanti altri un solo voto),  la SIAE si è trovata con organi sociali eletti secondo ricchezza, qualificando l’ente come antidemocratico, anti-europeo inutilmente vessatorio verso gli autori con pochi o senza proventi per diritto d’autore. Viene così attuato un paradosso inusitato: chi non guadagna non solo non può essere riconosciuto come autore, non solo non ha diritto ad essere rappresentato né può partecipare alle risorse economiche percepite a qualsiasi titolo dall’istituto di monopolio SIAE. 
Statuto e Regolamento Elettorale hanno favorito e favoriscono gli autori e gli editori con maggiori proventi – quelli musicali - in progressione a scendere fino a rendere irrilevante (per l’incidenza nella determinazione delle decisioni) la presenza e la partecipazione di autori ed editori percettori di limitati proventi o nulli. E stato un colpo decisivo alla storia e alla funzione pubblica della SIAE costretta ad affidarsi sempre più ad una posizione di monopolio - anziché ad un efficienza esercitata sul campo - sempre più precaria per far valere la propria autorevolezza. La rinuncia ad essere istituto pubblico disposto ad accogliere tutti coloro che autori o editori di qualsiasi espressione artistica avessero avuto desiderio di farne parte, a prescindere dai proventi, è attualmente in vigore attivando esclusioni  (e ciò avviene per grave distrazione del Parlamento italiano).  
Infine: ne ha risentito e ne risente un’altra norma importante: l’erga omnes che permette di esercitare diritti in conto dell’intera categoria. Vale per ogni categoria di lavoratori meno che per quelli della cultura e dell’arte tutta. Si preferisce fare affidamento ad un uso unico ed assoluto dell’istituto del monopolio che però escludendo i meno fortunati, gli autori poveri, i giovani senza proventi fa sorgere il dubbio che si tratti di esercizio di posizione dominante.
E ciò, ad avviso della FUIS, non va a beneficio degli scrittori e dei propri associati convinti che in Italia ci sia bisogno di un istituto che tuteli la proprietà intellettuale con modalità democratica, libera e trasparente a disposizione di coloro che producono opere d’arte anche a prescindere dall’esito economico. 
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