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Vissi d'arte. Lo scrittore italiano, il suo lavoro e la cultura politica Europea

Pubblicato il 30/08/2017

Di Natale Antonio Rossi

scrittore


Ogni lavoro manuale, intellettuale particolarmente quello creativo, artigianale e artistico, costituisce settore primario del patrimonio nazionale, contribuendo alla ricchezza economica e morale del paese . E tuttavia in Italia non è mai stato difeso con rivendicazioni sindacali, con scelte adeguate di politica culturale. Neppure ultimamente: la Comunità Europea  con la Direttiva 26 del 2014 ha richiesto ai Paesi membri di liberalizzare il settore della proprietà intellettuale evitando sia gestioni caratterizzate da  monopolio sia presenza di gruppi con posizioni dominanti.
Per il Parlamento e il Governo  italiano l’Europa non conta: le più recenti disposizioni confermano il monopolio SIAE che resta in vigore a dispetto dell’Europa  e delle volontà della maggioranza degli autori e degli scrittori italiani. Particolarmente  “offesi” sono gli scrittori  e gli autori di opere che prevedano la scrittura poiché la permanenza del regime di monopolio perpetua un sistema che, per l’iniquità dell’attuazione della legge del 1941, li esclude  da un  riconoscimento pubblico di diritti d’autore diretti e indiretti percepiti per le opere da loro create e pubblicate. Si perpetua altresì un  sistema di esclusione a causa del quale lo scrittore non solo non può vivere del proprio lavoro, ma non ha nessuna forma di assistenza sanitaria, nessuna forma di previdenza o assicurativa, Nonostante le apparenze, premi di prestigio e festival rinomati, il lavoro dello scrittore non ha valore politico né  sociale né civile.
Se lo scrittore vuole provvedere a se stesso, alla famiglia e se vuole continuare ad occuparsi di scrittura (salvo rari casi, la statistica dichiara il 3,6%) deve trovarsi un altro lavoro (docente, giornalista, medico, avvocati o altro mestiere), che gli permetta di godere di un compenso, di assistenza e delle forme di previdenza di cui godono i professionisti.
        Le organizzazioni sindacali, di settore  pur presenti nel panorama italiano, non hanno saputo né potuto formulare iniziative di protesta, mancando  un terreno di rivalsa su cui esercitare le proprie rivendicazioni. Quale sciopero rivendicativo può fare lo scrittore? Contro l’editore che gli ha pubblicato il libro? Contro il Ministero subito pronto a chiamarsi fuori da ogni contesa? Contro la SIAE che, stante i suoi compiti di intermediazione si dichiara estranea a qualsiasi contesa poiché interessata all’incasso di diritti d’autore se presenti e se maturati?
        Eppure, proprio  gli istituti appena evocati hanno responsabilità politiche, civili e sociali indiscutibili sulla vita economica dello scrittore italiano. Infatti, appena  si voglia riconoscere la scrittura come  lavoro e rispettarlo, anziché ritenerlo un  divertissement per persone agiate, non si può continuare a lasciarlo affidato alla sola contrattazione privata tra editore e l’autore (ritenuto fin dalla legge del 1941  “soggetto debole”).  Evidente la necessità di una contrattazione tra organizzazioni degli scrittori e quella degli autori perché si addivenga alla redazione e approvazione di un Contratto Collettivo di Edizione a stampa e digitale. In Francia dopo un anno e più di incontri il  Ministro della Cultura ha convocato  i rappresentanti degli scrittori (Gens de Lettre) e quelli degli editori e li ha inviatati a sottoscrivere un Contratto Nazionale per l’edizione di libri, attualmente in vigore.
        In Italia:
  1. il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali preferisce incentivare l’aspetto turistico della cultura e non preoccuparsi di scrittori né di autori delle espressioni artistiche non musicali;  
  2. le organizzazioni degli autori, quando non sono compiacenti verso il potere da qualunque parte esercitato, non hanno forza per richiedere alcunché schiacciate dalla storia del non fare e annullate dal monopolio SIAE; 
  3. la SIAE che, se in passato ha  mostrato qualche interesse per gli scrittori, non l’ha adesso essendosi dotata di uno Statuto adatto ad  una gestione autoritaria, articolato quasi esclusivamente a intermediare gli interessi del settore musicale e a eleggere rappresentanti negli organi sociali. secondo il censo e i proventi dell’anno precedente.
           La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (F.U.I.S.), che ha la responsabilità di essere l’organizzazione maggiorente rappresentativa del settore, ritiene che il problema degli scrittori sia d’importanza nazionale e che la  misura dell’interesse culturale non è sempre data dalla convenienza economica.  Da tempo infatti  va sostenendo  che:
  • gli scrittori italiani sono preoccupati  per il disinteresse del  MiBACT;
  • che soffrono la posizione dominante dell’Associazione Italiana Editori;
  • che subiscono il potere del regime di monopolio SIAE.  
Solo un profondo mutamento della politica culturale con volontà europeista (che non pare essere all’orizzonte) permetterà che gli scrittori italiani (esclusi perfino dall’Europea Writers Congress) siano equiparati a quelli degli altri Paesi europei.  La sospirata azione sanzionatoria dell’AGCOM, istituto che le nuove disposizioni chiamano a dirimere eventuali vertenze, potrebbe persino rivelarsi estranea ad ogni volontà politica od orientamento a favore degli scrittori.
        La FUIS, stante la congiuntura ministeriale, il perpetuarsi del regime di monopolio della SIAE, che sono segnali primari di una politica culturale sfavorevole agli scrittori e non di respiro europeo, deve auspicare che sia  l’AGCOM  a rivendicare i diritti degli scrittori? 
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