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"Echi del mio tempo": tracce di memoria

Pubblicato il 18/09/2017

Recensione a cura di Lizia De Leo


doronzo



Mi inseriscono nella Commissione giudicatrice del Concorso “Estate in Poesia” insieme ad altri quattro membri. Leggo molti testi, ovviamente tutti anonimi. Una lirica cattura la mia attenzione. La rileggo più volte. Alla fine dò il massimo dei voti. Quella lirica risulterà vincitrice. A distanza di tempo, l’Autore, Mariano Doronzo, mi invia la sua silloge d’esordio ECHI DEL MIO TEMPO, 2016, Temperino Rosso Edizioni, da cui è tratta la poesia vincitrice “Carovane Esotiche”. Grata per la sua cortesia, gli prometto che leggerò il suo libro...
La prima impressione che ho ricavato da una prima lettura dei suoi versi è stata quella di aver incontrato un amico, una persona conosciuta da tempo... Una persona che ha un talento speciale: saper raccontare e raccontarsi. Questo racconto si snoda a ritmo alternato, ora pacificato ora disperato, ora nostalgico ora rassegnato, ora sull’onda della memoria ora su quella della reazione violenta. Le emozioni, le vibrazioni del cuore si annodano ai pensieri, ai luoghi, alle persone. E quel padre che pedalava veloce sulla sua bicicletta si tramuta in una indimenticabile e angosciante istantanea: il dirupo, i neri capelli, la coscienza dell’addio. Il tutto in versi essenziali com’è il dolore.
Le storie che Doronzo racconta, parlano spesso di persone-archetipi: la madre-rifugio, il vecchio-saggezza, la ragazza-leggerezza… ma anche di chimere, di demoni, di sirene, di un amore smarrito. 
Le angosce, le tentazioni, le aspirazioni intridono i versi della sua personalità, che a me sembra identità in sospensione. Voglia di raccontare tutto, ma trattenuta da un pudore che è piuttosto controllo del sé, quello intimo, segreto. Ci sono liriche in cui la sua capacità di sognare diventa surreale, riserbo, mistero taciuto.  Più evidente il bisogno di solitudine e di silenzio, di nascondimento e di pace. Rifiuto di un mondo abitato da ipocrisie, forse vigliaccherie. Talvolta lo sguardo si fa materico e realistico. E tutti i sensi si dilatano per raccontare la percezione di un caldo agosto sul colle Timmari.
Dicevo del ritmo alternato della sua poesia, che acquista così un fascino sottile e insinua un’esigenza a proseguire la lettura per scoprire meglio chi è Mariano Doronzo. Ci sono momenti davvero poetici, come quando l’Autore vuole scacciare la morte con la dolce vaniglia della Primavera (verso bellissimo), o trasforma il viaggio in immaginazione, le nuvole in fantasia. Senza dimenticare la nostalgia del viaggiatore e quell’uomo che, con la tenerezza e la semplicità, gli regalò l’amore per il racconto. Nella penultima sezione dedicata a Barletta ritorna l’infanzia, il padre, i suoi fischi, la sua vigna...E che voglia di rubare un suo pensiero!  Anche il pescatore col figlio sono ombre vicine ma, come spesso accade nella vita, separate dal non detto...
Le liriche non si inquadrano in precise scelte stilistiche. Il registro linguistico muta costantemente. Sorprende ora per versi brevissimi ora lunghi e aggrovigliati. Metafore originali, anafore, similitudini, sinestesie e ossimori sono le strategie espressive per il suo racconto poetico, che sa essere leggero anche quando parla di morte, di solitudine, di malattia. A volte i versi appaiono un po’ criptici, misteriose esperienze che solo Mariano conosce, ma basta una parola a ricomporre un puzzle complicato.
La poesia “Carovane esotiche” ha qualcosa di speciale, è come se il poeta si specchiasse in un quadro dipinto nel passato, dove le immagini sono rimaste nitide e forti nonostante il tempo andato. E l’eros si accompagna non solo al dolore, ma alle grandi domande della vita. 
Particolarmente felice la scelta del titolo della silloge, perché ha un doppio significato: si riferisce alle memorie personali, ma anche al tempo che è dato vivere in una società che muta così velocemente da imporre quasi un fermo-immagine, lavoro che Doronzo fa anche come fotografo. Ed è come bloccare con la scrittura frammenti del nostro tempo e contemporaneamente raccontare i personali frammenti del suo giovane tempo. Una calda corrente empatica mi ha ancorata a questi originali e significativi testi poetici, che hanno il sapore della verità, come se l’Autore non fosse capace di infingimenti.
Per concludere, non posso tacere la bellezza della foto di copertina, opera anch’essa di Mariano Doronzo. Con le sue mille sfumature di grigio è estrema sintesi delle suggestioni e dei contenuti del libro.  E, potenza della fotografia-arte, in quel riquadro c’è tutto l’universo raccontato dal poeta: il paesaggio, la natura, il silenzio, la solitudine, il viaggio, il bisogno di dimenticarsi e di ritrovarsi…
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