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Scrivere a tempo pieno, scrivere part time: cosa fanno gli scrittori per vivere.

Pubblicato il 25/09/2017

Di Francesca Meale

scrittore



“Verbum panis factum est” (tradotto dal latino: “La parola si è fatta pane”) è l’adagio di un noto canto della liturgia cristiana.
La parola di Cristo fu infatti il pane con cui i discepoli saziavano il loro spirito, ma possono le parole riempire anche un conto corrente? Insomma, può la scrittura diventare una fonte di guadagno? La risposta è “nì”. A fronte di un ristretto gruppo di “eletti”, che sbaragliano il mercato editoriale vendendo più di 100'000 copie fra Italia e estero, la maggior parte degli scrittori deve barcamenarsi fra secondi o addirittura terzi lavori per vivere. Fu questo il caso del pur celebre Carlo Emilio Gadda, la cui attività di scrittore altro non era che una “pausa” dalla sua alienante routine da ingegnere. Andando ancora più a ritroso nel tempo l’inquietudine dello scrittore obbligato da urgenze esterne a fare altro era sentita già nel II secolo d.C. dall’imperatore-filosofo Marco Aurelio, che dovette abbandonare l’amato scrittoio per scendere in guerra contro i Parti che minacciavano l’impero romano.
Non necessariamente, tuttavia, scrivere part time significa sacrificare le proprie aspirazioni sull’altare delle bollette da pagare.
Affiancare la scrittura ad altro denota anzi versatilità, come nel caso di Paolo Giordano. Il fisico-romanziere autore de “La solitudine dei numeri primi” si destreggia abilmente fra carriera accademica e bestseller, e non è l’unico a portare avanti con orgoglio la bandiera del doppio lavoro.
Un caso da manuale è quello del romagnolo Cristiano Cavina, autore dell’acclamato “Nel paese di Tolintesàc”. Malgrado i lauti profitti in termini di vendite e comparsate Cavina rifiuta tassativamente l’etichetta di scrittore ed esercita ancora il mestiere di sempre: quello di pizzaiolo.
Sempre Erri De Luca, altro big della letteratura contemporanea, non dimentica il suo passato da operaio, e riconosce alla scrittura il semplice ruolo di “dopolavoro”. Questo anche perché a suo dire una scrittura intensa, sentita, deve sporcarsi col fango della vita reale se non vuole rimanere uno sterile esercizio intellettuale. Non è dello stesso avviso Michela Murgia, ben lieta di aver mollato il call center (tanto vituperato nel suo “Il mondo deve sapere”) per la scrittura full time e la conduzione di una rubrica letteraria per la trasmissione “Quante storie”.
Insomma, le vie professionali degli scrittori sono infinite, e questa consapevolezza può infondere loro smarrimento o libertà (o entrambe le cose visto che in fondo, come ci insegna “Easy Rider”, libertà e paura sono due facce della stessa medaglia). 
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