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Il ruolo sociale degli Scrittori in Spagna e il referendum catalano del primo ottobre 2017

Pubblicato il 30/09/2017

Il ruolo sociale degli Scrittori in Spagna e il referendum catalano del primo ottobre 2017IL REFERENDUM CATALANO DEL PRIMO DI OTTOBRE: UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO SOCIALE DEGLI SCRITTORI – INTERVISTA AL FILOSOFO DEL DIRITTO FRANCESCO MERCADANTE
di Silvia Capo

Roma, 29 settembre 2017

“Volete che la Catalogna sia uno stato indipendente in forma di repubblica?” Questa in sintesi la domanda che gli elettori catalani troveranno nella scheda approntata, più o meno clandestinamente, per la chiamata referendaria di domenica primo ottobre.
Il conflitto tra Barcellona e Madrid, un duello serrato e a tratti drammatico tra Corti e Parlamenti, una escalation di ricorsi, decreti e arresti, ha coinvolto ovviamente anche gli scrittori e gli intellettuali ma in misura apparentemente più tiepida rispetto al termometro di magistrature, Guardia Civil e al sostegno della Chiesa cattolica catalana.
Ma che strumenti seri di riflessione abbiamo approntato per costruire il nostro orientamento nei confronti del quarantotto per cento dell’elettorato di una comunità che sta ponendo la domanda politica fondamentale, esprimendosi sulla forma di stato in cui aspirerebbe a vivere felicemente?
Lo abbiamo chiesto al filosofo del Diritto Francesco Mercadante, presidente della Federazione Unitaria Italiana Scrittori.
D: Professor Mercadante per prima cosa ci aiuti ad inquadrare giuridicamente l’aspirazione catalana all’indipendenza da Madrid: è questione di libertà, di autodeterminazione dei popoli, oppure è l’esercizio di altro diritto?
R: Nessun popolo è legittimato, nella dura sfida tra legittimità e legalità, a impugnare il referendum come una clava. Rotto il cordone ombelicale con la legalità, la legittimità si contrae nel guscio della sua impraticabilità giurisdizionale, producendo perciò forza iperattiva ma non coattiva, magmatica e dagli esiti prevedibilmente catastrofici. Ciò non toglie cha la Catalogna sia largamente nel suo diritto, un diritto che però non appartiene alla tavola codificata dei «diritti umani» e libertà fondamentali, alle quali i fautori del referendum si appellano, mentre l’affare che gestiscono così malamente non va oltre il limite, per come lo gestiscono, di una boriosa pretesa municipalistica.
D: È notizia di qualche giorno fa che mille intellettuali spagnoli, anche catalani, abbiano acquistato di tasca propria due pagine in doppia lingua (castigliano e catalano) de «El Pais» per dissuadere i cittadini catalani dal partecipare alla consultazione. Un appello all’astensione basato sulla violazione della democrazia più che su una comune appartenenza culturale. La stupisce che una moltitudine di intellettuali si sia fatta cassa di risonanza di risoluzioni di una corte costituzionale e non abbia proposto, per così dire, un discorso autonomo su binari propri di una comunità di pensatori?
R: Importante il manifesto degli intellettuali spagnoli che ha visto esprimersi da spagnoli anche una modesta élite di intellettuali catalani, in tutto circa un migliaio che si sono però affrettati a chiudere i cancelli della riserva quando i buoi erano già usciti. Ce la faranno a raggiungerli e a riportarli, senza ferirli con il pungolo, nel recinto della normalità? Sarebbe ancora più importante che gli scrittori, sperabilmente più numerosi, facciano sentire la loro voce nel lungo periodo graduando accuratamente le cinquanta probabili sfumature dell’imminente manifestazione, chissà quanto univocamente credibile, della volontà popolare.
D: Oltre alla Catalogna altre comunità in Europa cercano l’indipendenza, su quale binario gli intellettuali possono dare il miglior contributo in questi appuntamenti che sembrano sempre più ineluttabili?
R: Un’Europa di staterelli, tanto più se la maggior pena della frammentazione coinvolgerebbe la fascia debole dell’Unione, quella cha affaccia sull’Africa più che sul Mediterraneo, non solo non promette niente di buono, ma finirebbe per sollevare una più forte ondata di scetticismo antieuropeista. E se l’integrazione non significa omologazione indifferenziata e in qualche modo coercitiva, sono gli stati-nazione, pur in crisi di identità, a dover posare l’occhio sui loro popoli direi quasi all’interno delle loro anime come non hanno mai saputo fare in passato pur di salvare nel merito e di appoggiare saldamente sul consenso sempre rinnovato l’unità nella diversità, e la diversità nell’unità.
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