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Il poeta-folletto che gioca nell'ombra: Davide Cortese alla FUIS con “Darkana”

Pubblicato il 06/11/2017

Francesca Meale

dakana
Venerdì 16 ottobre la FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) ha accolto in sala conferenze una sua vecchia conoscenza: il poeta Davide Cortese. Già noto alle verdi pareti della sala per “Tattoo Motel”, suo romanzo di esordio alla narrativa del 2016, Davide Cortese vi torna come poeta con la raccolta “Darkana”. 
A scortare il poeta sul palchetto sono i due critici Agostino Raff e Manuel Cohen, il quale ha stilato anche la prefazione di “Darkana”. È Raff il primo a rompere il silenzio con la sua voce cavernosa, quasi da vecchio cantore che vuol narrare al pubblico una storia. I presenti infatti sono rapiti dalla voce di Raff, e forse lo è Raff stesso quando parla entusiasta di “Darkana”. 
Il critico parte subito da una distinzione: quella fra poeta “volontario”, che forza il suo produrre poesia come fosse un atto meccanico, e poeta “ispirato”, che invece viene folgorato dall'ispirazione nei tempi e nei modi più impensati. E Davide Cortese appartiene proprio alla seconda categoria: quella degli ispirati. Già durante la presentazione gli occhi del poeta non sono posati sui presenti ma sembrano guidati dall'ispirazione verso un altro mondo
Eppure, malgrado lo sguardo del poeta sembri volare oltre la sala della FUIS, oltre la realtà tangibile, il vecchio Agostino Raff parla di “carcere d'oro”. Perché Davide Cortese è pur “libero” dalla banalità  di molta poesia attuale ma al tempo stesso “prigioniero” del mondo che si è costruito. 
Ma che mondo, che carcere questo poeta avrebbe creato intorno a sé? Un mondo che porta il nome di “Darkana” (letteralmente “cose oscure e arcane”), un mondo fatto di oscurità e popolato di creature fantastiche. I gargoyles nordeuropei e le sirene mediterranee annullano le reciproche distanze geografiche e si incontrano nella poesia di Cortese. 


E il mondo che fa loro da scenario, benché buio, sorprendentemente non è mai, mai un mondo in cui predomina il nero. No, non è un controsenso: l'oscurità di Davide Cortese è intervallata da tanti colori, tanta vita. Lo stesso poeta, nel corso della presentazione, rassicura critici e pubblico che in fondo il buio non è che una “luce acerba”. E lo dice con una voce cristallina, luminosa, più da folletto che in quest'oscurità ci scorta per mano che da gargoyle spaventoso come dice di essere (cit. “Io sono il solo gargoyle che puoi vedere/di tutta la mia invisibile cattedrale”). Anche quando legge i versi di “Darkana” il poeta-folletto ci accompagna in questo mondo buio con fare amico, e improvvisamente quel mondo non ci fa più paura. 


Ma oltre che un poeta-folletto Davide Cortese è il poeta della doppia identità siculo-nordica. Nato a Lipari, laureatosi in Lettere a Messina con una tesi sulle figure del mito popolare eoliano, Davide Cortese non rinnega le sue radici mediterranee. Il Mediterraneo del poeta è però Mediterraneo, freddo, cupo, trasfigurato in Mare del Nord e attraversato da navi vichinghe. Tali echi di nordicità arrivano anche da un'altra opera del poeta liparese, la silloge di racconti “La nuova Oz”. 


Col critico Manuel Cohen ci si addentra invece nel terreno più insidioso della poesia di Cortese: quello della psicanalisi. Il misterioso mondo di Darkana è popolato da un io che nell'ombra perde e ritrova se stesso, dall'ambiguità sessuale, dalle metafore, dai tropi e dalle analogie. La stessa cattedrale gotica che svetta nel mondo di “Darkana” è una citazione dotta di Dino Campana e di Nitezsche oltre che una suggestione dell'architettura nordica. 


Una poesia dunque misteriosa, arcana, che però sa trascinarti con te come il suo autore. Difatti, a fine presentazione, i presenti si sono accalcati attorno a questo ragazzo classe '74 per abbeverarsi ancora della sua poesia incantata.











 
 
 
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