#Scrittoritaliani
caricamento in corso!
Leggi tutto

Poesia, personaggi e teatro del grottesco: i “Monologhi da specchio” Marcello Marciani

Pubblicato il 13/11/2017

Francesca Meale

monologhi


Roma, 27 ottobre, FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori). Sfidando lo sciopero dei mezzi di quel venerdì riesco a recarmi a piazza Augusto Imperatore, il cantiere/sito archeologico in cui è ubicata la federazione. Scoccano le 18:00, tutti ci riuniamo nella sala conferenze e io, armata di penna e quaderno formato A4, non intendo perdermi una parola né di Marcello Marciani, il poeta e “star” della presentazione, né dei commentatori Manuel Cohen e Stefano Oni. L’opera di Marciani che sarà al centro di questa presentazione è la raccolta di poesie “Monologhi da specchio”.
Dopo il breve riepilogo del prof. Natale Antonio Rossi sullo stato attuale delle leggi sul copyright, finalmente sale sul palco Marcello Marciani coi due critici. Quasi sulla scia delle parole del prof. Rossi, incentrate sugli scrittori e il diritto d’autore, il primo componimento che il poeta legge al pubblico è “Lo scrivano”. La voce che esce dalle corde vocali di Marciani è a metà fra la compostezza dello scienziato (e non lo dico “tanto per” ma perché nella vita Marciani esercita come farmacista) e le vibrazioni del poeta. 
I versi dello “Scrivano” si susseguono concatenati fra loro, frenetici, ed è lo stesso critico Manuel Cohen a farcelo notare. L’occhio analitico di Cohen nota anche che le quartine del componimento sono isorimiche (ossia fatte da versi rimati non solo l’uno con l’altro ma anche al loro stesso interno). E ovviamente la freneticità, le rime martellanti, e una figura tradizionale ed eterna come lo scrivano (che sopravvive tutt’oggi nel web writer che si affanna dietro la stesura di articoli da blog) rientrano nel quadro della tradizione, dello “scrivere, scrivere, scrivere” e “ripetere, ripetere, ripetere”. Quel ripetere monotono, affannoso che tuttavia non ricrea su carta la realtà, la imita soltanto. Da qui anche l’uso della figura retorica più abusata, più tradizionale della letteratura: la similitudine, la figura del paragone e dell’imitazione. 
“Tuttavia” esordisce dal palco il secondo critico dell’evento, Stefano Oni, “le similitudini di Marciani sono eversive, corrodono la tradizione poetica dal suo stesso interno”
Difficile dare torto a Oni, in effetti. La poesia sperimentale e caustica di Marcello Marciani si inserisce nel solco della poesia comica, che nasce nel Duecento con Cecco Angiolieri e arriva ai giorni nostri. Da sempre ritenuta di rango “inferiore” rispetto a quella “ufficiale”, la poesia comica ha però scolpito la nostra lingua e la nostra letteratura con le sue spinte “dal basso” ma energiche. 
Ma in che rapporto si pone invece Marciani stesso con la tradizione poetica? Come abbiamo accennato la corrode dall’interno, adottando sì schemi consueti e tradizionalissimi come la quartina, il dodecasillabo e l’ottava rima ma modernizzandoli. Altrettanto ambivalente è il rapporto di Marciani con la poesia barocca, di cui riprende la ridondanza delle isorime ma non la sintassi involuta e complessa. 
Finora abbiamo parlato dello scrivano, ma nei “Monologhi da specchio” di Marciani sfilano altri personaggi. Ed è così che la pagina si fa palcoscenico, i versi poetici si fanno monologo e auto confessione. Il tutto in 22 componimenti, il cui numero non casuale richiama il matto della tombola napoletana. 
I nostri grotteschi personaggi, oltre che sulla pagina, sfilano sotto l’occhio clinico di Marcello Marciani, il poeta-farmacista che diagnostica i mali dell’anima. E il male che affligge i personaggi di Marciani e anche l’umanità dei tempi di internet è quello di non riuscire mai a ritrovare sé stessi ma di indossare maschere virtuali. Oppure di riuscire a mostrare solo una parte di sé ingigantendola sui pixel di un monitor da pc.
Eppure in questa dimensione virtuale e fluida, fatta di non-luoghi, non-identità, c’è pur sempre qualcosa che resiste: il linguaggio. Gli aulicismi e i dialettismi abruzzesi (cfr. lo “scacchia” di “Storia di un falsario”) sono come piccole rocce di tradizione che si oppongono allo scorrere del tempo fluido. Appartengono invece alla lingua fluida e sperimentatrice anglismi come “shakerare”, sempre dal componimento sul falsario. Eppure non è una lingua che gioca quella di Marciani, ma una lingua che cerca con affanno la libertà e indaga se stessa. 
Ad indagare se stesso è in parte anche Marciani, che al microfono della FUIS ammette di aver seminato in molti suoi personaggi una parte di sé. Di conseguenza l’analisi di questi personaggi, e indirettamente di se stesso, è mediata col filtro del sarcasmo. Come se il poeta ridesse indirettamente quanto istericamente anche di se stesso. 
Il sarcasmo come presa di distanza è invece quello che trasuda dai versi di “Stripman”, sulla vacuità esistenziale di uno spogliarellista. Marciani non si risparmia sullo “sguardo rinco” dello steroidato stripper al risveglio dopo una notte al night. 
Poesia del sarcasmo, poesia dell’introspezione, poesia della tradizione corrosa dallo sperimentalismo. Eppure la poesia di Marciani è anche e soprattutto una poesia dall’architettura teatrale. Non è un caso che l’ultimo componimento dell’opera, quello la cui tematica è “risolutiva” di tutti i componimenti precedenti, abbia come titolo “Deus Ex Machina”, il nome del personaggio calato sulla scena per risolvere incertezze, conflitti e problemi della storia. 
Ed è qui che il poeta-farmacista Marcello Marciani rivela timidamente al pubblico di essere anche un poeta-teatrante. E non solo per come ha strutturato i suoi “Monologhi da specchio” ma per i suoi oltre dieci anni da attore amatoriale sui palchi teatrali abruzzesi. 




 
diritti diritti Diritti
arte arte Arte
cinema cinema Cinema
letteratura letteratura Letteratura
musica musica Musica
teatro teatro Teatro