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Scrittori contro la violenza sulle donne. Pascal Schembrì presenta il suo libro alla FUIS

Pubblicato il 18/01/2018

Di Francesca Meale

femminicidioschembriIl femminile fra violenza e rinascita. Pascal Schembrì alla FUIS con “Femminicidio”.
Il 25 novembre era alle porte e in quella data l’Italia si stringeva intorno a tutte le donne picchiate, stuprate, umiliate, sfregiate e uccise in quanto tali per mano di un uomo. Anche la FUIS se n’era accorta, infatti l’atmosfera in sala conferenze era tutt’altro che distesa. Merito anche del libro che si stava per presentare, il cui titolo era emblematico: “Femminicidio”, di Pascal Schembrì.
Pascal Schembrì, al secolo Pasquale Schembri, scrisse “Femminicidio” fra l’Italia e la Parigi nella quale vive da oltre 30 anni. E in verità “Femminicidio” non era neanche il titolo originale, bensì una sensazionalistica traduzione del francese “Donne picchiate si ribellano”, sempre di Schembrì.
Ma da dove viene “femminicidio”, il vocabolo più discusso degli ultimi anni? La psicologa Daniela D’Urso, psicologa e operatrice di un centro antiviolenza presente quel giorno alla FUIS, ha fatto risalire la sua origine agli anni ’80. Eppure “femminicidio” ha iniziato a rimbalzare da un tg all’altro solo a partire dal 2006, quando la cronaca nera ha posato la sua lente di ingrandimento sul fenomeno.
Lente di ingrandimento presa in mano anche da Schembrì, che col suo “Femminicidio”, un romanzo-inchiesta sul fenomeno, ha intervistato 12 donne scampate alla violenta mano maschile. Minimo comun denominatore di ogni loro storia è il sottotitolo del romanzo stesso: “Loro si sono salvate”. Ce l’hanno fatta, come tante eroine di non-fiabe che però hanno un lieto fine.
In tutto questo Schembrì, non nuovo alle tematiche di abuso coniugale, si fa da parte e lascia che siano le sue intervistate a parlare. Le donne parlano in prima persona, però lasciano scorgere in filigrana la delicatezza dell’autore. Pascal è un’”assenza presente” nella narrazione che evita di ergersi a giudice delle sue intervistate, inonda le pagine con la sua partecipazione emotiva, con una compassione che si fa elogio man mano che le nostre eroine sfuggono dalle grinfie dei loro orchi.
E sono eroine di ogni condizione sociale (provenienti dall’alta borghesia, dal proletariato napoletano, dal mondo dello spettacolo…) che compongono un variegato mosaico umano. Però ci ricordano come la violenza maschile sia trasversale a ogni ambiente, dai seminterrati di periferia alle ville più opulente.
Nell’opera di Schembrì vi è anche la testimonianza di una madre e una figlia, vittime entrambe dello stesso uomo (il marito della prima e padre della seconda). La violenza da parte di chi ti ha detto “ti amo”, la violenza da parte di chiami “papà”. La violenza subita tramandata di madre in figlia, ma pur sempre un fardello ereditario di cui, a detta di Schembrì, ci si può disfare.
A fare da cornice alla FUIS al romanzo-inchiesta di Schembrì è stata una giuria tutta al femminile, fatta di psicologhe, sessuologhe, avvocatesse, operatrici di rifugi per donne maltrattate, attivamente schierate contro il femminicidio.
A fornire le coordinate legislative del fenomeno è stato l’avvocato Antonella Sotira, presidente dell’Associazione IusGustando. L’ avvocato Sotira ha annunciato inasprimenti della pena per i reati di violenza sessuale, ha ribadisto la possibilità per le donne maltrattate di rifugiarsi in strutture pubbliche, ha esortato i cittadini a non voltarsi dall’altra parte quando assistono ad episodi di violenza. Perché l’omertà non appartiene solo alla mafia, ma anche al femminicidio, ed è insita in ogni cittadino che finge di non aver visto. Tutti siamo responsabili, non solo l’ assassino, non solo il sindaco del paese che, come ha ricordato con sarcasmo l’ avvocato Sotira, viene intervistato dopo ogni delitto come fosse una sorta di “depositario” della moralità dei cittadini.
Poi l’ avvocato Sotira, i cui toni ormai sono diventati quelli dell’arringa, si è scagliato contro un altro vizio della cronaca nera: quello di spettacolarizzare il femminicidio. Fra un talk show e l’altro si perde infatti la percezione dell’emergenza del fenomeno, tutto ha la consistenza di un riempitivo tv in prima serata.
Circa il legame fra donne, violenza e spettacolo non si poteva non accennare alle attrici finite nelle fauci del produttore hollywoodiano Weinstein. Come se tutto il tam tam mediatico attorno ad Asia Argento e le altre distogliessero il pubblico dai ben più gravi episodi di violenza domestica.
Prima di lasciare la FUIS per recarsi all’Associazione Salvamamme l’avvocato Sotira fa un ultimo augurio: che le donne vittime di violenza non vengano accusate di essersela cercata ma che vengano soccorse e poi responsabilizzate affinché non cadano più in relazioni disfunzionali.
Sulla natura disfunzionale di questi rapporti vittima-carnefice ha concordato anche Schembrì, che si è sostituito sul palco all’ avvocato Sotira. In qualità di autore Schembrì ha affermato come le sue 11 storie, per quanto “romanzate”, siano tutte vere. Delle protagoniste intervistate aveva solo cambiato i nomi e altri dati personali per tutelarne l’identità.
In seguito a prendere la parola è stata la sessuologa Orenada Dhimitri, che ha aveva anche formato e sensibilizzato le forze dell’ordine sulle dinamiche di femminicidio. Forze dell’ordine spesso non preparate al fenomeno, al punto da derubricarlo come “conflittualità di coppia”.
La sessuologa e psicoterapeuta Dhimitri, che esercita in un centro antiviolenza, ha stilato al pubblico i sintomi della violenza domestica. Dopo l’iniziale fase di idillio si inizia con la svalutazione della vittima, la cui autostima viene demolita pezzo dopo pezzo. Sulla donna, annichilita così com’è, piovono i pugni e i calci del partner. Ma la vittima, vuoi per paura vuoi perché considera quelle botte meritate non reagisce. A disorientare la vittima è anche l’alternarsi di questi episodi a manifestazioni d’amore, che le impediscono di realizzare se ha di fronte un principe o un orco. La donna cade quindi in una sorta di trance, fatta di confusione, dipendenza affettiva, paura, e anche amnesia delle violenze precedenti. A completare il quadro è la vergogna per quanto le accade, la paura che gli amici, parenti e istituzioni comprese possano colpevolizzarle.
Eppure la corda si spezza sempre, la donna trova il coraggio di reagire e la dottoressa Dhimitri, i centri antiviolenza ci sono. Da anni accolgono donne e minori fornendo loro vitto, alloggio e anche beni di prima necessità in caso di fughe precipitose dalla casa del partner maltrattante.
Come ci insegnano Schembrì e la giuria di donne attive per le donne di questo evento dall’incubo si può e si deve uscire. Per se stesse, per i propri figli, e anche per contribuire a una società più libera dai rapporti tossici.
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